Mola di Bari

Mola di Bari (usualmente MolaMàule) è un comune italiano in Puglia. Rifondata da Carlo I d'Angiò nel 1277 su un insediamento più antico, sorge lungo la costa del mare Adriatico 20 km a sud-est del capoluogo. Il suo porto peschereccio è tra i più importanti della regione.

Origini

Diversi reperti ritrovati sia presso l'attuale centro abitato sia nelle vicine contrade di Scamuso e Portone di Ruggiero testimoniano che il territorio di Mola è stato popolato a partire dal Neolitico.

Restano tuttavia contraddittorie le testimonianze di una fondazione greca o romana: in favore della prima ipotesi vi sono i ritrovamenti di alcune monete, andate poi disperse, e di un antico stemma in pietra raffigurante la civetta simbolo di Atene incastonato sulle antiche mura del paese. Ad avvalorare l'origine romana si hanno invece una cisterna (fons Julia) e la pavimentazione a mosaico di una villa di età imperiale posta sulla costa a nord dell'abitato, in contrada Padovano (già Turris Iuliana), nella cui caletta naturale si osservano anche i resti di un piccolo molo in pietra. I suddetti elementi non sembrano tuttavia sufficienti a testimoniare l'esistenza di un centro abitato propriamente detto, quanto piuttosto di un territorio agreste con alcuni insediamenti sparsi. È certo infatti che tra le città di Bari ed Egnatia, poste lungo l'importante via Appia-Traiana tra Roma e Brindisi, dovevano esservi diverse mansiones, ossia stazioni di posta per il cambio dei cavalli ed il riposo dei viandanti, ma le testimonianze classiche (Tabulae e Itinerarii) per tutto il primo millennio dell'era cristiana non citano toponimi riferibili direttamente a Mola o ubicati in corrispondenza dell'attuale centro abitato.

Alto medioevo

Solo a partire dall'XI secolo in alcuni documenti iniziano a ricorrere i toponimi MaulumMolesMaula ed infine Mola, che tuttavia non sono accompagnati da appellativi geografici riferibili con chiarezza ad un centro urbano.

Nell'area vi era tuttavia una diffusa presenza di piccole comunità umane, che solevano raccogliersi presso le grotte che si aprono ai margini delle molte lame che solcano il territorio molese perpendicolarmente alla linea di costa. Le ragioni di tali insediamenti sono molteplici: le lame, oltre a garantire un apporto sia pure discontinuo di acqua dolce, fungevano da vie di comunicazione e da nascondigli in caso di attacchi di pirati e predoni, offrendo quindi più garanzie rispetto ad un agglomerato urbano.

A testimoniare la presenza di comunità rupestri nel territorio di Mola, in una grotta presso la chiesa rurale di San Giovanni Battista, a sud dell'abitato, sino a pochi decenni fa era leggibile un pregevole dipinto murario che riportava la data del 1020.

La rifondazione angioina

 
Stemma angioino

Le testimonianze che attestano la presenza di un centro urbano restano scarse e contraddittorie fino al 6 giugno 1277, quando Carlo I d'Angiò ordinò che si provvedesse a «rendere abitabile quel luogo che si chiama Mola, per la comodità di coloro che si trova[va]no di passaggio ed anche per la sicurezza della costa». Incaricò quindi i regi carpentieri Jean da Toul e Pierre d'Angicourt a sovrintendere all'edificazione della cinta muraria, di un forno e di una chiesa.

L'uso da parte di Carlo I del termine «ricostruzione» lascia intendere che nei decenni precedenti vi era un insediamento, che sarebbe poi stato volontariamente abbandonato dai suoi abitanti oppure distrutto. Le congetture su una distruzione ad opera dello stesso Carlo I d'Angiò, nel corso del conflitto che lo vide contrapporsi agli Svevi, non sono tuttavia attestate da testimonianze attendibili. Né sembra suffragata da documenti la notizia, riportata dallo storico Pietro Giannone, secondo la quale Mola era un porto importante all'epoca delle Crociate. Tra il 1277 e il 1279, lo stesso Carlo I d'Angiò ordinò la costruzione di un palacium di tre piani e il ripopolamento coatto di Mola con 150 «masnadieri e fuoriusciti» che avevano occupato abusivamente alcune proprietà ecclesiastiche o nobiliari. A ciascuno di loro fu assegnata una porzione di terra all'interno delle mura affinché vi costruissero degli alloggi, e una parte della campagna circostante che avrebbe garantito il loro sostentamento. Presumibilmente a questo periodo va ascritta la realizzazione della rete viaria rurale tuttora visibile, caratterizzata da diversi capodieci, strade che si susseguono parallele tra loro ad una distanza regolare di 550 metri, dalla linea di costa per circa 3 km verso l'interno.

Mola passò quindi tra alterne vicende e, salvo il probabile breve dominio feudale di Teseo Macedonio nel 1283, mantenne lo status di città demaniale fino al primo Quattrocento. Secondo alcuni degli storici locali, questo fu un periodo di relativa prosperità per la cittadina, la cui popolazione registrò un significativo aumento. Pressoché indolore fu la calata in Terra di Bari dell'esercito ungherese di Luigi I (1348), cui i molesi dichiararono subito fedeltà, risparmiando il paese dai saccheggi nei quali incorsero i centri vicini.

XV e XVI secolo

Con il passaggio del regno di Napoli dagli Angioini agli Aragonesi, l'indebitamento della corona determinò la cessione dei beni demaniali in favore dei creditori. Mola perse così lo status di città libera e fu assoggettata a diversi feudatari: i Gesualdo dal 1417, i Maramaldo dal 1435, i Toraldo dal 1464.

Nel 1495 con la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia per rivendicare il regno di Napoli, Mola, insieme ad altri porti pugliesi, fu ceduta dagli Aragonesi ai Veneziani in cambio di un ingente prestito. La Serenissima detenne a più riprese la città, ma non riuscì mai a espugnare il castello cittadino, che rimase fedele a Napoli. Con il periodo della dominazione veneziana, che si protrasse fino al 1530, Mola rafforzò i legami con l'altra sponda dell'Adriatico e registrò un generale progresso economico.

Tornati nuovamente sotto i Toraldo e poi passati ai Carafa, nel 1584 i molesi riuscirono a raccogliere la considerevole somma di 50 mila ducati che permise loro di liberarsi dal giogo feudale per essere soggetti solo al regio demanio. Ben presto però il feudo fu acquistato da Antonio Carafa, costretto pochi anni dopo a venderlo all'asta per pagare i suoi debiti.

 
Lungomare Dalmazia

La dominazione dei Vaaz e l'emancipazione feudale

Nel 1609 Mola passò nelle mani di Michele Vaaz, ricco mercante ebreo portoghese, fortemente connesso con la corte del vicereame spagnolo, dove ricopriva alti incarichi. L'Università di Mola, che rappresentava gli interessi delle famiglie notabili del luogo, organizzò immediatamente una fiera opposizione al nuovo feudatario, impugnando il decreto del 1584 con il quale Filippo II aveva concesso il regio demanio alla città. Non mancarono dispute legali e scontri fisici tra i cittadini e i rappresentanti della famiglia Vaaz, fino a quando il 28 luglio 1612 un parlamento generale, nel quale sedevano i cittadini più deboli e corrotti e gli adepti dell'usurpatore, riconobbe l'atto d'acquisto del portoghese, nel frattempo nominato conte di Mola.

Il clero e l'università locale accompagnati dalla gran parte della popolazione, misero in atto numerose proteste, memoriali e ricorsi al viceré ed alla Camera della Sommaria, ai quali seguirono violenze e soprusi da parte dei rappresentanti del nuovo feudatario; molti molesi furono imprigionati nel castello di Bari.

La principale motivazione dell'insorgenza dei molesi era la volontà di sottrarsi ai diritti e i privilegi che il feudatario esercitava nei confronti della città, inclusa l'imposizione di dazi sul commercio. L'economia di Mola, che sino ad allora era stata improntata principalmente sull'esportazione via mare delle derrate alimentari prodotte nell'agro proprio e in quello dei paesi vicini, subiva così un colpo durissimo, al quale solo parzialmente si riuscì a rimediare organizzando una capillare rete di contrabbando, che faceva affidamento sulla complicità dei frati francescani del convento di Santa Maria del Passo, prossimo al porto.

Nel 1670 la Regia Camera della Sommaria riconobbe la validità del privilegio concesso da Filippo II a Mola; tuttavia il paese non otterrà la libertà fino al 1755. Negli anni 1690-1692, intanto, Mola fu focolaio di un'epidemia di peste particolarmente virulenta, che ne decimò la popolazione.

Con l'espulsione dei Vaaz, iniziò per Mola un periodo di grande ripresa economica, alimentata dall'incremento dei traffici marittimi e dal miglioramento delle tecniche agricole e agronomiche che accrebbero la produttività del suolo e la qualità delle derrate prodotte. Seguì un repentino sviluppo demografico e urbanistico e un generale miglioramento del tenore di vita degli abitanti. Politicamente, le vicende di Mola seguirono quelle del Regno di Napoli, con un predominio del ceto agrario e mercantile, rappresentato poche famiglie fra le quali i Noya, baroni di Bitetto, e i Roberti.

 
Piazza XX Settembre

Età contemporanea

Come in molti altri centri del regno, anche a Mola nel 1799, in concomitanza con la Repubblica napoletana si registrò un effimero moto insurrezionale che fece alcune vittime e distrusse i registri contabili e le scritture pubbliche. Bastò però la notizia che le truppe filoborboniche erano vicine e la rivolta rientrò spontaneamente nel volgere di pochi giorni.

Le famiglie notabili, tornate ben presto in auge, con la dominazione napoleonica a Napoli poterono arricchirsi grazie l'acquisizione dei patrimoni ecclesiastici dispersi nel 1806 con le leggi di soppressione degli ordini religiosi, e mantennero il potere con continuità anche col ripristino della corona borbonica.

Mola visse quindi con partecipazione il fermento risorgimentale: la locale sezione della società segreta dei Patrioti Europei poté contare su oltre duecento iscritti e quando nel 1821 la costituzione napoletana fu concessa, la popolazione non si sottrasse a sostenere, economicamente e con una settantina di volontari, le truppe chiamate a difenderla dalla minaccia austriaca.

Con l'unità nazionale, nonostante la costruzione della ferrovia (1865) e l'intensa opera di alfabetizzazione di massa, le condizioni di larghi strati della popolazione rimasero precarie. In particolare, la crisi economica di fine secolo dovuta al protezionismo diede un primo cospicuo impulso all'emigrazione oltreoceano, che fino agli anni sessanta del XX secolo avrebbe coinvolto migliaia di molesi. Dapprima il fenomeno assunse soprattutto la forma dell'emigrazione maschile, naturale evoluzione dell'emigrazione stagionale dei braccianti, che si recavano in Capitanata per la raccolta del grano; all'inizio del Novecento, tuttavia, divenne sempre più frequente il ricongiungimento delle famiglie, che raggiungevano gli uomini negli Stati Uniti, e sino agli anni cinquanta anche in Venezuela e in Argentina.

Durante la prima guerra mondiale il paese subì un bombardamento aereo ad opera degli austriaci. Negli anni successivi fu teatro di uno dei primi episodi di violenza fascista: il 24 settembre 1921 il giovane deputato socialista Giuseppe Di Vagno, nato nel vicino comune di Conversano, che si trovava a Mola per un comizio, fu ferito a morte da una squadra di fascisti conversanesi e cerignolani, guidata dal deputato Giuseppe Caradonna. Durante il fascismo, a causa dell'improvviso dissesto della famiglia Alberotanza cui erano affidate in deposito fiduciario gran parte delle liquidità economiche dei molesi, si produsse un notevole frazionamento delle proprietà terriere e si accelerò il definitivo tramonto del notabilato locale, sino ad allora imperniato su poche famiglie di "galantuomini".

Simboli

Lo stemma del comune raffigura in effigie il patrono san Michele con mantello rosso che brandisce la spada nell'atto di uccidere il drago che giace ai suoi piedi. L'effigie è contornata da un ramo d'alloro a destra e di quercia a sinistra tra loro intrecciati con un nastro tricolore, ed è sormontata da una corona turrita d'argento.

Lo stemma attuale è stato adottato nel 1935 ripristinando l'antico uso. Dal 1831 per circa un secolo, infatti, l'effigie del comune di Mola fu invece la civetta, simbolo di Atene, adottata in virtù della radicata credenza che l'abitato avesse origini magnogreche. A detta dello storico Giuseppe De Santis, sull'antica muraglia angioina era presente un bassorilievo raffigurante proprio una civetta; quest'ultimo simbolo, inoltre, compariva insieme all'effigie di Atena sulle monete di argento che vennero ritrovate nel primo XIX secolo nel sottosuolo della città vecchia.

Monumenti e luoghi d'interesse

Architetture militari

 
Castello Angioino

Castello Angioino

Allo scopo di difendere la costa dalle frequenti incursioni dei pirati, contestualmente alla riedificazione della città e a ridosso delle sue mura, Carlo I d'Angiò ordinò nel 1277 la costruzione di un palacium, affidando la direzione dei lavori ai celebri regi carpentieri Pierre d'Angicourt e Jean da Toul. I lavori terminarono due anni dopo. Tra il XV e il XVI secolo l'edificio seguì le sorti della città e passò attraverso le mani di diversi feudatari, resistendo a numerosi attacchi senza essere mai espugnato. Tuttavia i notevoli danni subiti con l'assedio veneziano del 1508 ne imposero un radicale restauro, avvenuto pochi anni più tardi: con esso fu data all'edificio l'attuale forma di poligono stellato. Le possenti mura a scarpata, costruite allo scopo di resistere ad un attacco con armi da fuoco, furono comunque dotate di numerose caditoie. Un fossato comunicante con il mare circondava l'edificio, che era collegato alle mura della città per mezzo di un ponte.

Architetture religiose

Chiesa Matrice

 
Chiesa Matrice
 
Facciata del Duomo

Intitolata a san Nicola di Bari, è situata all'interno del borgo antico a poca distanza dal mare. Costruita alla fine del XIII secolo, presumibilmente durante la rifondazione angioina della città, essa versava nel Cinquecento in pessime condizioni. L'arcivescovo di Bari Girolamo Sauli ne impose pertanto la riedificazione, che avvenne negli anni 1547-1575 per opera dei maestri dalmati Francesco e Giovanni da Sebenico e Giovanni da Curzola. L'edificio costituisce tutt'oggi un pregevole esempio dell'architettura rinascimentale adriatica, sebbene gli ampliamenti di epoca barocca abbiano alterato l'aspetto dell'area absidale e di alcune cappelle laterali. Recenti restauri hanno permesso di valorizzare, all'esterno, il rosone e i due portali, dei Leoni (sul fianco sinistro) e dei Nani stilofori (in facciata). Lo spazio interno è scandito in tre navate, quelle laterali con volte a crociera che ne caratterizzano lo stile e da imponenti colonne in stile corinzio. Di particolare pregio le decorazioni scultoree, tra le quali si distinguono i delicati bassorilievi sui pilastrini dei matronei, il monolitico fonte battesimale sorretto da un basamento con putti danzanti, e la cinquecentesca statua di san Michele in pietra dipinta, opera di Stefano da Putignano. Nel cappellone del Santissimo Sacramento, l'altare in marmi policromi e la statua in legno dipinto dell'Immacolata, sulla cimasa (1750), sono opera della bottega dell'andriese Nicola Antonio Brudaglio. L'apparato iconografico è nobilitato dall'altare in legno dipinto che custodisce l'icona della Madonna di Costantinopoli, del tardo Trecento, e da un affresco cinquecentesco di scuola dalmata che probabilmente ricorda l'assedio di Curzola del 1571 ad opera del governatore di Algeri, il musulmano Uluç Ali.

Tra le tele, per lo più di scuola pugliese e napoletana e databili ai secoli XVII e XVIII, spicca quella della Madonna della Neve, opera del primo Settecento attribuita a Paolo de Matteis, una sinopia sul retro della quale c'è un dipinto più antico di più pregevole fattura, attribuibile alla scuola leonardesca.

Nella cripta, trasformata in oratorio dopo l'editto di Saint Cloud, è conservato un frammento ligneo che la tradizione attribuisce alla Croce di Cristo, donato al Capitolo di Mola nel 1710.

Chiesa di Santa Maria del Passo in Sant'Antonio da Padova

 
Chiesa di Sant'Antonio da Padova

Fu edificata nel 1503 col titolo di Santa Maria del Passo alle porte della città lungo la via che conduceva a Bari, in luogo di un'antica cappella preesistente. Dalle origini sino al XIX secolo fu parte integrante di un convento di Frati Minori Osservanti. La natura mendicante dell'ordine fece sì che la chiesa divenisse patronato di diverse famiglie notabili del luogo (i baroni Noya e i Roberti) che contribuirono alla costituzione di un ricco arredo scultoreo e iconografico. Oggi spiccano l'antico gruppo scultoreo della Pietà (XV secolo), il pulpito ligneo del 1712 e l'organo settecentesco di Pietro de' Simone.

Chiesa del Santissimo Rosario in San Domenico

La grande costruzione a navata unica, edificata insieme all'annesso convento dall'ordine dei domenicani nella prima metà del XVI secolo, fu originariamente intitolata alla Madonna del Carmine, sebbene il primo superiore della comunità chiese e ottenne da papa Gregorio XIII che la confraternita del Santissimo Rosario vi si trasferisse dalla chiesa Matrice, dove officiava da più di un secolo. All'interno della chiesa, che conserva una buona produzione iconografica di scuola pugliese risalente per lo più al Seicento e Settecento, si segnala il dipinto della Madonna del Rosario, olio su tavola del napoletano Fabrizio Santafede successivo al 1571, che venne traslato dalla chiesa Matrice nel 1577 con il trasferimento dell'omonima confraternita. Rilevante è anche l'altare in marmo policromo dedicato a san Vincenzo Ferreri (1744). Il grande affresco centrale anch'esso dedicato alla Madonna del Rosario, opera di Umberto Colonna, risale al 1980.

Chiesa della Madonna di Loreto

Fu edificata a partire dal 1587 alla periferia sud dell'abitato, al posto della cappella omonima, patronato della famiglia Sabinelli, nella quale si venerava un'icona mariana ritrovata in quel luogo. La costruzione, prospiciente il mare, presenta un semplice prospetto a capanna, caratterizzato da un pregevole rosone in pietra calcarea. Un alto campanile in carparo svetta allo spigolo sinistro della facciata. L'interno è dominato dal seicentesco altare maggiore in legno dorato intagliato su fondo verde, recante l'immagine della Madonna con Bambino benedicente, dipinta ad olio su tela. L'altare della Natività, in fondo alla navata destra, presenta un presepe in pietra di scuola pugliese. Nel 1652 la chiesa è sede della confraternita del Sacro Monte del Purgatorio.

* Fonte Wikipedia